La sindrome di Odisseo

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La sindrome di Odisseo

Nell’autobus mi impongo di non dormire in modo da arrivare a casa sufficientemente distrutto da assorbire il fuso orario.
Arrivo al gate 24 dell’areoporto di Città del Messico più di un’ora prima del volo.

Volo dal Messico agli States accanto ad una graziosa ragazza messicana, scambiamo giusto un paio di frasi, ha un bel sorriso.
Una persona che stimo molto un giorno mi disse: «Se agisci per il bene, ti capita il bene». Sono perfettamente cosciente che questa frase (nella sua ingenua tenerezza) colloca la mia amica vicino al letto di Giobbe malato, resta comunque una bella frase e, tornando dal Messico, ho pensato seriamente che (almeno questa volta), sarei arrivato a casa senza problemi.

ulisse.jpgÈ un pensiero caldo e confortante, ma poco persistente.
A New York l’aereo messicano ci mette un sacco a sbarcare, l’hostess alla dogana mi fa perdere un sacco di tempo a causa del suo spagnolo incomprensibile, di conseguenza manco di poco il treno per il terminal 3 e devo aspettare il successivo. Quando arrivo al checkin di Delta si è già formata una lunga fila.
Nella sostanza perdo l’aereo.
Del mio bagaglio, appena sdoganato ed imbarcato, perdo le tracce.

Penso di dover dare un nome a questa cosa, che so qualcosa del tipo: “sindrome di Odisseo“.

Trenino all’indietro ed un forse-biglietto per Milano in overbooking. Aspetto con calma le cinque e ricevo la mia carta d’imbarco. A quanto dice questo prezioso pezzetto di carta, a Milano arriverò alle 07:00 e dovrò aspettare l’aereo per Lamezia fino alle 21:00. Ne ho viste di peggio e, per il momento, non mi preoccupo.

L’aereo per l’Italia sembra non avere nessuna intenzione di decollare e restiamo sulla pista per un tempo che mi sembra infinito.
Ognuno di noi ha un piccolo inferno personale, nel mio sono in un aereo (o in un aeroporto) e non riesco a ritornare a casa.

A Milano decido di chiedere al banco transiti se è possibile anticipare il mio rientro (magari spezzando il volo con uno sbarco a Roma). La simpaticona del banco transiti non solo mi nega la possibilità di un anticipo, ma minaccia la scomparsa del mio bagaglio che, secondo lei, avrei dovuto recuperare al JFK. Sottolinea che per cambiare la tratta dovrei ripagare l’intero biglietto e chiude la conversazione con uno stizzito:
«Non sono qui per parlare dei disguidi di Delta!»
Sospiro e rinuncio alla conversazione con la comprensione di chi sa che la stitichezza può essere un problema grave. D’altra parte, quando soffri della sindrome di Odisseo, finisci per imparare alcune cose sugli aeroporti: per esempio che, quello che è vero al banco transiti, potrebbe non essere vero alla biglietteria e viceversa.
Pochi minuti dopo sono su un aereo per Roma, ho in tasca un biglietto per Lamezia ed arriverò a casa 5 ore prima, il tutto senza aver pagato un centesimo di penale.

Arrivato a Lamezia mi dirigo rapido verso il banco per la denuncia dei bagagli smarriti.
«Vorrei aprire una pratica per lo smarrimento del mio bagaglio»
Il tipo guarda me, poi il nastro ancora fermo, poi di nuovo me.
«Scusi» mi dice «ma i bagagli non sono ancora stati sbarcati dall’aereo»
«Lo so» lo conforto.
Poi gli spiego la situazione e lui, controllando sul registro, mi dice che effettivamente, i bagagli dovevano arrivare la mattina, ma che (magari) il caso aveva voluto che fossero stati rispediti proprio sull’aereo da cui ero appena sceso.
La mia espressione non doveva essere molto dissimile da quella di un famoso pescatore palestinese quando gli capitò di dire:
«Maestro, abbiamo provato tutta la notte senza prendere nulla; però, se lo dici tu, getteremo le reti»
E le reti vado a gettarle agli arrivi internazionali, dove aspetto con calma, osservando il nastro dei bagagli che gira a vuoto per una ventina di minuti.
Poi, serafico, torno nell’altra stanza dall’impiegato con pretese messianiche.

Viaggiare ormai un po’ ho viaggiato, di cose strane e bizzarre un po’ ne ho viste, è raro quindi che io sgrani gli occhi per la sorpresa. Eppure, vedendo una fila di quaranta persone davanti al banco per la denuncia dei bagagli smarriti; sgranare gli occhi dalla sorpresa è esattamente quello che ho fatto. Che il mio bagaglio fosse perso era scontato, ma cavolo, questi tizi il bagaglio lo avevano caricato a Fiumicino.

Ora, il problema non è una fila di quaranta persone che devono denunciare lo smarrimento di un bagaglio. Il problema è una fila di quaranta persone che devono denunciare un bagaglio smarrito per la prima volta nella loro vita.
Sono tristi, smarriti (loro stessi), vogliono essere confortati e rassicurati. Hanno bisogno di tempo per strappare promesse dalla bocca di impiegati che, tecnicamente, non possono promettere nulla.

Il Satiro, che mi è gentilmente venuto a prendere, è costretto a comprare un libro per aspettarmi. Ci vuole una buona ora e mezza.

Che io sia dunque un Giobbe o un peccatore, sempre sono comunque quello che deve soffrire per tornare ad Itaca.
«Sopporta cuore mio» mi dico sorridendo «sopportato hai di peggio».

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