Porte scorrevoli e montagne russe

Pubblicato su Bordeaux, International il Giugno 15, 2009 da Lex

La porta scorrevole del CR** produce spesso un rumore simile a quello di un carrello delle montagne russe che ti passa vicino.

La seconda settimana comincia con un lunedì lento: il mio computer non è ancora pronto ed io perdo un giorno intero per compromettere (e rimettere in funzione) il mio laptop. Vivo con una vaga forma di ansia che mi rosicchia le chiappe e con un peso sul petto che mi toglie lo slancio. La sera sono in città e compro una grammatica francese ed un vocabolario.
Martedì arriva finalmente il mio computer: passo la mattina a mettendolo in piedi ed il pomeriggio ad una conferenza/premiazione in francese della quale capisco ben poco. Il buono è che alla fine mi offrono stuzzichini e vino.
Mercoledì le cose prendono velocità e mi ritrovo con una nuova carta di credito, una postazione di lavoro funzionante ed un tesserino mensa con la mia foto.
Giovedì partecipo ad una riunione dei dottorandi e post-doc del CR**: si discute della qualità dei guanti in lattice dei laboratori ed in generale di problemi comuni da sottoporre ai livelli superiori; si vota anche la politica del direttore del centro di ricerca in modo da fornire su di essa un parere corporativo; infine ci si racconta a vicenda il proprio lavoro con presentazioni cicliche, gruppo per gruppo. Qualcuno porta una ventina di birre e delle patatine e le birre sono leffe ed hoegaarden. Coscenza di classe e birre di classe me li rendono subito simpatici.
Venerdì sono davanti al CR** che è ancora chiuso, mi chiedo come possa essere successo ed il mio orologio mi risponde che sono le 07:15, mi chiedo allora come mi possa essere successo di trovarmi pronto al lavoro così presto, ma questo il mio orologio non lo sa. Nel pomeriggio scatta un allarme generale ed io, insieme a tutti gli altri, abbandono la mia scrivania per convergere al punto di raccolta: pare si trattasse di un’esercitazione.
Sabato porto in centro alcuni documenti per l’appartamento e compro un abbonamento per il tram. La mia faccia stampata in un rettangolo di plastica mi permetterà libero uso di questo meraviglioso mezzo.
Pranzo, spesa e torno alla mia stanza nel retrobottega.
La Domenica è la fotocopia del Sabato salvo che sabato in città c’era il gay pride e domenica una processione con i canti in latino, che sabato sono stato preso in giro da un uomo vestito da pene e domenica un piccione mi prende in pieno con una deiezione.

Poi di nuovo porte scorrevoli che fanno il rumore dei carrelli delle montagne russe, i quali con la vita hanno molto in comune: che non sai che può aspettarti dietro la prossima curva ad esempio, e che seppure alle volte ti chiedi chi te l’abbia fatto fare, alla fine sei sempre piuttosto contento di aver pagato il biglietto.

Tradizioni Scozzesi

Pubblicato su Bordeaux, International il Giugno 8, 2009 da Lex

Da quando qualcuno viene a cercarmi nello studio fino alla fine della settimana, è un capitombolo continuo di novità dopo le quali mi ritrovo con un contratto firmato che mi darà da mangiare fino a ottobre, un embrione di conto corrente francese, documenti per la sanità da consegnare, una tonnellata di articoli da leggere ed un paio di nuovi amici.

Ogni giorno mi butto giù dal letto tra le 7:00 e le 7:30, faccio le cose che gli umani mediamente civilizzati fanno alla mattina e salgo nello studio. Il fatto di vivere nella stessa struttura in cui lavoro mi regala un’oretta di sonno in più ma mi priva di quel rito di passaggio che l’andare al lavoro e che tiene separati i due aspetti della tua vita. È una cosa che non credo di poter tollerare per più di un mese.
Nello studio attacco il portatile alla rete, perché l’esperto di linux del CR** si sta ancora battendo per realizzare la configurazione di macchina che ho chiesto. Questa è una novità per me in quanto questo genere di cose sono abituato a gestirmele da solo il che, sicuramente mi ha fatto perdere un sacco di tempo che avrei potuto dedicare alla fisica, ma mi ha sempre dato una discreta sensazione di indipendenza e libertà (oltretutto a costo di rischiare un peccato di immodestia io non credo che ci avrei messo così tanto a prepararla).
Studio perlopiù, ma questo è normale perchè ho appena iniziato, dedico una frazione di tempo a cercare di chiudere i sospesi ed un’altro po’ a mantenere i contatti con l’Italia.
La mensa è favolosa, mi costa un euro in più di quanto mi costava a C*s3nza, ma la qualità è assolutamente più elevata: tanto per cominciare è spesso possibile scegliere carne come piatto principale ed i francesi sanno quanto poco va cotta una bistecca, come secondario ci sono spesso formaggi brie di notevole qualità ed i dessert, giuro, sono la fine del mondo.
Mi accompagno con un gruppo di dottorandi e post-doc che approfittano della mia presenza per praticare l’inglese, tra questi spicca J**è: un dottorando di Madrid che parla abbastanza bene francese e che (mio malgrado) mi sta facendo da attendente: il suo aiuto in questo momento mi è essenziale e lo trovo piuttosto simpatico, ma vorrei almeno convincerlo a non mettersi di lato come un soldatino e cedermi il passo ogni volta che dobbiamo attraversare una porta.

Venerdì il mio nuovo capo decide di rinverdire un’usanza che ha aquisito durante il suo post-doc in Scozia e ci invita tutti a bere al Jolly Froggy. Lui offre la la prima giraffe, ed in cinque ne facciamo fuori quattro.
Conosco un dottorando che suona in un gruppo Death Metal, ed a domanda rispondo che preferisco l’Heavy e il NWOBHM lui commenta che è roba vecchia ed io gli rispondo che, in generale le cose migliori sono state realizzate negli anni ottanta (la musica, i film, la mia ragazza). Nonostante tutto riusciamo a risultarci simpatici.
Alla fine della serata li convinco a fare un last shot di whiskey, il pub decide di offrircelo e noi, di conseguenza ne facciamo due.

Arrivo a letto ciucco come una cocuzza e dormo come un sasso.
Il giorno dopo è sabato, faccio un giro al centro e un’oretta di corsa. Tornato alla stanza scopro di non  sentirmi affatto affaticato. Per un attimo cerco di illudermi che si tratta dell’allenamento della settimana scorsa, ma so bene che la realtà è un’altra: la luna cresce nel cielo e domani sarà piena.

Lo stile di Jonathan Harker

Pubblicato su Bordeaux, International il Giugno 4, 2009 da Lex

I due giorni successivi, cerco di far passare al meglio possibile questo momento di isolamento.
Vado anche al centro storico, entrambi i giorni, a cercare un accesso wifi free per poter comunicare con casa ed entrambi i giorni lo trovo.
Lavoro un poco, il che fa sempre bene, e corro, che è sempre una buona idea, faccio flessioni ed addominali come i serial killer dei film americani quando sono chiusi in galera il che, oggettivamente è un filino psicotico. Stabilisco nuovi record personali a majong su tutte le scacchiere disponibili sul mio pda e scrivo messaggi deliranti alla gattina tra cui spicca quello in stile Jonathan Harker: «Cara M***, più si prolunga la mia permanenza in questo luogo, maggiormente temo per la lucidità della mia mente e per la salvezza della mia anima…»

Sia come sia, i due giorni di ferie passano e la mattina del mio primo giorno lavorativo mi sveglio abbastanza riposato sebbene con i muscoli doloranti (probabilmente per colpa del majong). Mi toaletto velocemente e butto un’occhiata allo specchio scoprendo che, nonostante la corsa ed il resto, non mi sono svegliato con una pancia scolpita a tartaruga tipo pubblicità di mutande. Ci lascio sopra un chissenefrega solo parzialmente ipocrita e mi vesto.

La porta che collega la zona dove dormo con il resto del laboratorio è ancora chiusa a chiave cosa che pone un bel problema, visto che al CR** ancora non mi conosce nessuno e non ho un tesserino per entrare dall’entrata principale. Provo a ragionare un po’ sul da farsi partendo dal presupposto che non ho intenzione di restare in camera un secondo di più. Pensare però è reso difficile dal rumore dei motori di uno strano mezzo con argano che sta manovrando di fronte all’ingresso del centro. Anni di vita da laboratorio fanno scattare in me un’idea: da che mondo e mondo, quando ci sono operai in giro a far lavori tutte le porte strablindate dei centri di recerca sono regolarmente aperte. Così è anche in questo caso, ed io raccolgo i miei libri, i miei appunti e le mie speranze ed entro in pompa magna nel CR**.

Lo studio che mi hanno indicato come mio è al primo piano ed ha una finestra che da su un ampio cortile interno, è molto luminoso ed odora di legno. Dispongo le mie cose, segnando timidamente il territorio e cerco di combinare qualcosa aspettando che qualcuno venga a cercarmi.

Under Jolly Froggy

Pubblicato su Bordeaux, International il Giugno 3, 2009 da Lex

Tempo fa ero su una barca di legno tra le rocce colossali della baia di Ha Long. In quel momento di profonda serenità e pace capii che in ogni viaggio esiste un momento nel quale si viaggia da soli. Questo frase però può esprimere due concetti diversi, perché la parola solitudine è uno dei limiti espressivi della mia lingua.
Di fatto c’è solitudine e solitudine. Ero solo sulla baia di Ha Long e sono solo adesso eppure allora stavo bene ed adesso sto… un po’ meno bene.

La gatta sta viaggiando verso casa ed io ho preso possesso della stanza alla foresteria del centro di ricerche Pa** Pa**** (CR**). Nei giorni che sono passati abbiamo camminato tanto tracciando le nostre peste nel centro storico della città, nel porto della luna. Abbiamo mangiato un sacco di roba buonissima tra la quale spicca un enorme piatto di crostacei crudi accompagnato da un ottimo vino bianco. Occasione nella quale ho notato quanto spesso mi scordo che i gatti sono anch’essi animali da preda, di fatto guardando la mia gattina combattere con le sue zampine contro il carapace di un gambero per poterne gustare la polpa cruda, mi ha intenerito profondamnete.

Invece adesso sono solo in mezzo al nulla in una stanza che mi sembra quella di Dae-su in Old Boy. Fuori fa troppo caldo per passeggiare e sono troppo stanco per andare in centro. La stanza in cui sono è proprio nel CR**, il che da una sensazione come di dormire in un retrobottega o qualcosa del genere. Nei giorni scorsi abbiamo anche dedicato del tempo a cercare una tana più definitiva nel porto della luna, e qualcosa abbiamo anche trovato, il tutto grazie ad un’insperata fortuna e ad una venditrice di appartamenti di origine italiana che ha bilanciato con la sua buona volontà le mie deficenze in francese. Questo perché a Bordeaux, fuori dal CR**, l’inglese è una lingua completamente inutile. In ogni caso l’appartamento al centro storico potrò averlo (se tutto va bene) a Luglio. E nel frattempo sto’ qua nel retrobottega.

Durante la giornata mi arrivano sms della gatta che prende alcuni aerei e ne perde altri raccontando a spezzoni, una storia di viaggio degna di questo blog.

Alle nove di sera qui c’è troppa luce e sembra ancora di essere in pieno giorno, esco a prendere una birra al Jolly Froggy che è l’unica cosa che c’è nel raggio di chilometri, la birra però è una guinness ed è fredda e schiumosa per cui in fondo tutto bene.

Verso il porto della luna

Pubblicato su Bordeaux, Compagni di Viaggio, International, con Gatta il Giugno 2, 2009 da Lex

É un viaggio strano: un po’ perché è iniziato mesi prima della partenza, quando sulle alpi ho discusso del mio futuro con un professore francese di origini armene; un po’ perché, per qualche motivo, sono nervoso e distratto come un pivello al suo primo volo. Per esempio, realizzo solo a viaggio iniziato che a Milano atterrerò a Linate e ripartirò da Malpensa, il che di fatto non é un problema enorme, ma son cose che uno dovrebbe controllare prima. Questo fatto, oggettivamente, mi peggiora decisamente l’umore.

Aspetto la navetta per Malpensa seduto su una valigia enorme, da migrante, resa pesante da libri di fisica e calcolo numerico, dagli articoli da leggere e dalle speranze. Tanto più che a Milano sono più trenta gradi e sto sudando. La gatta è al mio fianco seduta su un piccolo trolley beige, si accorge che la guardo solo dopo un po’, di rimando mi sorride ed il suo sorriso rende tutto più leggero, veramente. Lungo la strada troviamo un ingorgo ed una lunghissima fila che l’autista del bus bypassa con un’abile mossa napoletana. Anche a Malpensa il mio stato di confusione continua: ho un momento di smarrimento sul numero del terminal e sbaglio strada un paio di volte.

All’arrivo a Lione un’hostess sta gridando approssimativamente il mio nome:«monsieur Veltrì!! monsieur Veltrì!!» «c’est moi» le dico, lei mi spiega in un francese abbastanza comprensibile che hanno trovato la mia carta di identità a bordo dell’aereo da cui sono appena sceso, per capire come recuperarla però, devo farmelo spiegare in inglese (che poi era.“stia qui, glie la portiamo noi”). Appena recuperata la mia carta di identità scopriamo che a Lione fanno un controllo di sicurezza ad un aereo in arrivo a caso ogni giorno, e quel giorno il caso sceglie il nostro. Riusciamo comunque a non accumulare troppo ritardo, alle 20:00 siamo su un aereo per Bordeaux e, poco dopo le 21:30, all’albergo Sezè nel centro storico della città.

Facciamo una lunga passeggiata su rue Sainte Catherine, fino alla porta d’Aquitania. Bordeaux é piacevolmente gotica, multietnica ed umida. La notte in cui arriviamo, sembra anche silenziosa. Avverto un senso di pace da cimitero monumentale.
Lungo la strada la mia gattina impazzisce per una serie di negozietti di chincaglierie colorate ed io la adoro un po’.


I miei sensi animali ci trovano un kebap lungo la strada, mi pare di capire che il proprietario è nordafricano piuttosto che turco ed é sicuramente abbastanza musulmano da non vendere alcolici. Il kebap é economico e gustoso e mi rimette in pace con il mondo.

Torno in albergo con lo stomaco pieno valutando che il primo impatto è stato decisamente positivo.

Il deserto del Satiro

Pubblicato su Compagni di Viaggio, International, con Satiro il Giugno 2, 2009 da Lex

Uno dei miei più frequenti campagni di viaggio ha, tempo fa, vissuto un’esperienza estremamente interessante in Marocco. Riporto qui i link delle sue storie per farvele gustare nel giusto contorno del suo blog

Tornare dal Giappone

Pubblicato su Compagni di Viaggio, Intercontinental, Japan, con A., con Crea, con Gatta, con Satiro, con Troll con i tag , il Gennaio 14, 2009 da Lex

Capitoli precedenti:

Tornare dal Giappone

La sera dell’ultimo giorno il Crea ci porta in un’izakaya famosa per la bellezza delle sue cameriere in minigonna, un po’ una versione nipponica di Kerry’s Wing House.
Probabilmente becchiamo la serata casual, perchè le cameriere sono in jeans. Il cibo però non è malvagio e la birra ha un prezzo abbordabile, per cui la cosa non ci peggiora l’umore.
Passiamo a serata discutendo piacevolmente di argomenti balordi. Il Satiro ed H. rifiutano di prestarsi alle fantasie becere del Crea e (per una serie di correlazioni complesse) questo impedisce al Volgare di eseguire un body slam sul tavolo accanto.
Usciamo per strada con l’idea di andare ad un peep show giapponese. Il Satiro mi cammina accanto con un’aria scura e meditabonda.
«Che ti frulla in testa? Non sei contento?»
«Varie cose» dice lui «e poi ormai la serata è finita. Tutti i segni indicano che non c’è nessun peep show in questo viaggio.»
Lo guardo un po’ con perplessità.
Il Satiro però è un satiro ed i satiri sanno leggere i segni: la serata finisce davanti ad una saracinesca chiusa.

Il giorno del ritorno un potente tifone sembra doversi abbattere su Tokyo ed Alitalia (la compagnia con cui viaggiamo) viene data per fallita.
I miei compagni di viaggio (assidui lettori di questo blog) sono ben coscenti della sindrome di Odisseo, di conseguenza ci avviamo verso il ritorno come eroi dei film d’azione che stanno per affrontare lo scontro finale: con occhi da tigre, musica epica nella mente… ed al rallenty.

Curiosamente il viaggio di ritorno avviene senza problemi: coincidenze perfette al limite del credibile e bagagli spediti con precisione.

È notte fonda alla stazione Autolinee di Cosenza. Abbiamo abbandonato il Volgare a Roma ed aveva negli occhi l’inconfondibile germe del desiderio di nuove avventure,  il Satiro è sparito nella notte con un compagno di bagordi, riporta in patria un umore migliorato ed un sacco di belle foto, il Troll ha deciso che non poteva lasciarmi da solo ed ha bloccato i suoi familiari nel freddo della notte per farmi compagnia, lui riporta in dietro una visione più chiara ed un sacco di bei ricordi.

La gatta arriva tempo dopo, è in ritardo ed è così bella che non posso non pensare che la cosa più importante che mi ha dato questo viaggio è stato trovare lei al ritorno

Perché odio Roppongi

Pubblicato su Compagni di Viaggio, Intercontinental, Japan, con A., con Crea, con Satiro, con Troll con i tag , il Gennaio 8, 2009 da Lex

Capitoli precedenti:

Perché odio Roppongi

La serata incomincia quando dovrebbe finire: in un’izakaya; (居酒屋) dove abbiamo appena finito di mangiare. Conosciamo un giovane spagnolo appena arrivato in Giappone che poco ci mette a mostrarci i cornini e le zampe da capra.

Due satiri al tavolo possono essere deleteri: quando molti dei nostri amici già hanno chiaro nella mente il richiamo di un sonno rigenerante, un Satiro dice:
«…Oppure potremmo andare a Roppongi e continuare a bere»
E l’altro risponde:
«Mi sembre l’unica scelta logica»
É così mi trovo a sorseggiare una guinness, solo al tavolo, nel quartiere peggiore di Tokyo. Il Satiro (il nostro) balla con due paffute jamaicane, il Volgare passeggia per il locale con il suo drink in mano, lo svedese E. é impegnato a prendersi una sbronza colossale ed il satiro (l’altro) cerca di attirare l’attenzione di una giovane prostituta asiatica.

I locali di Roppongi (六本木) sono posti pessimi, all’esterno dei neri colossali cercano di tirarti dentro imponendosi fisicamente, dentro prostitute di varia etnia (ma prevalentemente asiatiche) cercano di agganciare gli stranieri più ricchi.
Sui marciapiedi di questo posto, poche ore prima io ed il Volgare veniamo fermati  da una minuscola giapponese che sembra una studentessa uscita da un manga. Curiosamente parla un’inglese comprensibile e ci invita a bere nel suo locale.
«Dipende» le dico «l’ingresso é gratis?»
e lei «no, ma ci sono donne nude giapponesi e lap dance»
«Grazie, ma non è il tipo di locale che stiamo cercando»
Ce ne stiamo già andando, quando sentiamo la sua vocina squittire:
«Perché? Siete gay?»
Ci giriamo all’unisono e la guardiamo abbastanza male, visto che lei conclude con:
«Ok, ok… Stavo scherzando» e scompare rapida tra finte tenebre segnate da insegne al neon.
Poco oltre un ragazzone nero ferma il Volgare e cerca di coinvolgerlo facendo il tipo:
«Che musica ti piace?»
«Heavy Metal!!»
«Ah.»

Così finiamo in questo pub più o meno tranquillo. La mia pinta é a metà quando il Satiro mi raggiunge al tavolo, sudato per i balli latino-americani, beve un sorso di birra al volo e prova ad invitare in pista la ragazza più femminile di una coppia di lesbiche, infine torna dalle sue jamaicane tracagnotte.

Poi la mia pinta è del tutto vuota e decido che è ora di recuperare tutti i miei compagni. Il Volgare è irrequieto perché la musica lo ha infastidito, il Satiro (il nostro) lo recuperiamo facilmente che è stanco e soddisfatto il satiro (nuovo) vuole perdersi ancora in questo mondo torbido.
Troviamo lo svedese seduto tra le due jamaicane: è  completamente sbronzo ed intenzionato a continuare. Cerchiamo di convincerlo per un po’, ma lui è quello che vive qui, l’unico di noi a parlare il giapponese percui quando ci dice:
«It’s safe here… It’s Tokyo»
ci lasciamo convincere ed usciamo a cercare un taxi.

Quando il giorno dopo lo ritroviamo é in condizioni pietose, sporco e pieno di abrasioni. La sua carta di credito è stata clonata ed usata in un paio di noti locali della Yakuza (やくざ).

Questo è il motivo per cui odio Roppongi.

Il Mercato del Pesce

Pubblicato su Compagni di Viaggio, Intercontinental, Japan, con A., con Crea, con Satiro, con Troll con i tag , il Dicembre 11, 2008 da Lex

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Il Mercato del Pesce

La sveglia impostata sul cellulare suona alle 03:30 che siamo già in taxi. Questo perché verso le tre del mattino lo stesso cellulare ha prodotto strani, misteriosi rumori che abbiamo scambiato per la sveglia.  Scopro che il Satiro é, tra i miei compagni di viaggio, l’unico effettivamente in grado di rinunciare ad una notte di sonno nel bel mezzo di un viaggio massacrante per vedere qualcosa di realmente speciale.

Facciamo colazione in un franchising aspettando le 04:00 ora della prima asta, e siamo in mezzo a tonnellate di pesce fresco.

Gli odori sono fortissimi, ma per nulla sgradevoli: quello del pesce sopra tutti gli altri ed in tutte le possibili varianti, poi l’odore del ghiaccio tritato che si scioglie lentamente, infine quello degli umani che lavorano; il tutto mescolato a tratti (brevi tratti a dire la verità) con l’odore di spezie e verdure.

Camminiamo per ore in questo posto che, se da un lato da la sensazione di vivere l’aspetto più primitivo dell’alimentazione, dall’altro esprime qualcosa di alieno e distante. Mi colpiscono gli enormi tonni trasportati su carretti di legno da minuscoli giapponesi, il lavoro spietato di coltelli su creature che ancora si dibattono, i cubi fumanti di carne di balena esposti senza difesa sul ghiaccio ed un’aragosta così viva da avere ancora voglia di combattere: distante anni luce dalle creature ormai prive di speranza che ho visto nelle vasche dei ristoranti americani.

Ci caliamo anima e corpo in questo posto che dispiega in se il legame profondo che c’è tra uccidere e nutrirsi, poi compriamo del tonno crudo che mangiamo con le mani: ha il sapore del paradiso.

Crazy Train

Pubblicato su Compagni di Viaggio, Intercontinental, Japan, con A., con Crea, con Satiro, con Troll con i tag , il Dicembre 9, 2008 da Lex

Capitoli precedenti:

Crazy Train

Le stanzine del karaoke sono a loro modo claustrofobiche. Il nostro gruppo é così eterogeneo che il sistema ha in coda roba che va dal pop giapponese all’heavy metal passando per Shakira. Vedo quelli di noi che parlano in giapponese usare di tanto in tanto una specie di citofono accanto alla porta. Sospetto sia per questo che continuano ad arrivare birra e sigarette.
Mi distraggo un attimo e sono solo, col sistema che spara a palla una canzone che non mi piace. Esco.
Trovo H. ed il Troll in corridoio che prendono in giro una ragazza inglese formosetta. Il Satiro sbuca da uno stanzino e cerca di convincermi a cantare con lui la sigla di Gundam (in giapponese) per un gruppo di tanaka terrorizzati.

Domani la testa mi farà così male che desidererò la morte.

Trovo tutti gli altri nello stanzino in fondo, insieme ad una coppietta di nippi imbarazzati. Conosco la canzone così entro nella stanza ed urlo insieme a loro:
“Im going off the rails on a crazy train!”