Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora.
Genesi 32,25-26
Sono su un aereo in volo da Bordeaux ad Amsterdam, stavolta la città del peccato è solo una tappa intermedia verso la Malesia e la piccola repubblica di Singapore. Ancora una volta si tratta di una conferenza e, come è già capitato in Corsica, i miei compagni di viaggio sono il mio capo ed il satiro landese.
Ho rinunciato ad una notte di sonno per adattarmi più facilmente al cambio di fuso orario e mi sento avvolto da un piacevole torpore nel quale i rumori disgustosi che il mio vicino fa con la bocca (credo per rimuovere residui di cibo dai suoi denti cavi) sono l’unica nota di fastidio.
Nell’ultimo periodo ho cercato di rielaborare i segni del cammino alfa che un destino al quale credo solo parzialmente ha tracciato davanti a me. È qualcosa che a che fare con l’uomo ed inizialmente ho pensato che si trattasse di umiltà e dell’accettazione dei limiti: era tutt’altro.
Per capire la lezione dell’uomo è necessario guardare nel suo passato profondo, nell’infanzia di questa genia che ora domina il mondo.
Nella tradizione giudaico cristiana tutto comincia con una regola violata, una storia di mele e serpenti nella quale qualcuno ha voluto vedere un atto di sfida al potere supremo. È un’immagine potente, ma non unica: tracce di questa sfida possono essere trovati, di fatto in molte altre tradizioni.
Ad ogni modo, prima che la più antica tradizione venisse narrata, prima che i primi di questi uomini che mi stanno intorno calcassero la terra, ce ne sono stati altri. Un’umanità diversa che si vestiva di pelli ed usava utensili, ma che su questo pianeta ci ha vissuto per centoventimila anni senza cambiarlo di una virgola ed ha continuato finché una qualche bizzarra mutazione genetica ha messo in campo i nuovi uomini. Una specie gloriosa a cui appartiene il mio vicino di posto che, terminata la pulizia dei sui denti ora ciondola addormentato al mio fianco.
La loro storia la iniziano da cacciatori e sono cacciatori superbi, talmente efficaci che in breve tempo gli altri uomini, quelli di prima, si estinguono e vengono definitivamente soppiantati. Passa il tempo e questa gente, ormai sparsa per il globo, inizia a pagare il contrappasso della propria abilità: le prede cominciano a scarseggiare.
La relazione tra prede e predatori è regolata da equazioni matematiche che ne sanciscono l’equilibrio, stigmatizzando: diminuiscono le prede, diminuiscono i predatori dunque le prede aumentano nuovamente e l’equilibrio si conserva. Questa cosa successe anche agli umani, quasi dovunque. Quasi appunto.
In una florida terra tra due fiumi qualcuno rifiutò di accettare la propria mortalità, la propria dipendenza dalla natura ed inventò una tecnologia mostruosa, così devastante che quel posto divenne un deserto, una tecnologia così potente da ridisegnare l’aspetto della terra stessa, il primo e più grande disastro ecologico provocato da questa specie: l’agricoltura.
La dea dell’epoca: la madre terra, potenza davanti alla quale, fino a quel momento tutti erano uguali (gli uomini come gli animali) perse allora la sua più importante battaglia.
Da li viene fuori tutto il resto, le città, gli imperi, la cultura e la supremazia dell’uomo sulle altre creature della terra: da una sfida a Dio. In poche migliaia di anni questi umani cambiarono l’aspetto del pianeta in modo irreversibile, di fatto questa mela non causò l’esilio dall’Eden, molto più semplicemente lo distrusse.
È questo il retaggio dell’essere umani, dell’appartenere a questa fragile specie: l’incapacità di accettare la propria mortalità e, di conseguenza: l’essere mortali, l’essere fragili ne è il motore primo ed indispensabile.
In quest’ottica stravolta, l’annichilazione del potere della bestia durante la luna nuova, è il prezzo da pagare per condividere il potere dell’uomo. Le notti senza luna non sono quindi notti da passare rintanati in un buco come topi, sono notti in cui lottare contro i propri limiti, le sole in cui ha un senso per nostra razza sfidare Dio.
Questo è il segreto dell’argento.




Non poter ruotare la testa ed aver alcune posizioni vietate dal dolore mi fa sentire vulnerabile, fragile. Mi fa sentire umano.

